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Traiettorie di ricostruzione e negoziazione delle relazioni di genere nella migrazione forzata: l’intimità tra le famiglie siriane in Libano

Trajectories of reconstruction and negotiation of relationships in displacement: Intimacy among Syrian families in Lebanon

Abstract (italiano)

L’articolo esplora l’impatto della migrazione forzata sulle relazioni di genere tra le famiglie siriane in Libano e si propone di analizzare alcune delle trasformazioni che hanno interessato le relazioni intime delle famiglie rifugiate. Si concentra in particolare su come donne e uomini in esilio ricostruiscono l’intimità attraverso l’uso della resilienza come dimensione di agentività (agency). Le domande di ricerca a cui l’articolo risponde sono: qual è l’impatto della migrazione forzata sull’intimità? Come vengono ricostruite le relazioni intime nella migrazione forzata? Basandosi su uno studio etnografico svolto in Libano tra il 2017 e il 2019, questo articolo propone una lettura delle traiettorie di ricostruzione e negoziazione delle relazioni di genere attraverso il concetto di resilienza. Dai risultati di questo studio emerge che la resilienza come dimensione di agentività permette di mettere in pratica tecniche di negoziazione attiva e creativa delle relazioni e di ricostruzione dell’intimità nella migrazione forzata.

Parole chiave:
rifugiati siriani; relazioni e ruoli di genere; agentività nella migrazione forzata

Abstract (English)

The article explores the impact of forced migration on gender relations among Syrian families in Lebanon and aims to analyze some of the transformations that have affected the intimate relationships of refugee families. It focuses in particular on how women and men in displacement reconstruct intimacy using resilience as a dimension of agency. The research questions that the article answers are: what is the impact of forced migration on intimacy? How are intimate relationships reconstructed in forced migration? Based on an ethnographic study carried out in Lebanon between 2017 and 2019, this article proposes an interpretation of the trajectories of reconstruction and negotiation of gender relations through the concept of resilience. The results of this study show that resilience as a dimension of agency enables the practice of active and creative techniques of negotiating relationships and reconstructing intimacy in forced migration.

Keywords:
Syrian refugees; gender roles and relationships; agency in displacement

Introduzione

La guerra in Siria (2011-in corso) e la conseguente migrazione forzata hanno avuto un profondo impatto sulle relazioni e i ruoli di genere tra la popolazione siriana. Ad esempio, come spesso accade in situazioni di migrazione forzata, sono aumentati, tra le famiglie sfollate, i tassi di divorzio, i matrimoni infantili e i casi di violenza domestica (Keedi et al., 2017KEEDI, Anthony; YAGHI, Zeina; BARKER, Gary. ‘We Can Never Go Back to How Things Were Before.’ A Qualitative Study on War, Masculinities, and Gender Relations with Lebanese and Syrian Refugee Men and Women. Beirut, Lebanon: ABAAD, and Washington, D.C.: Promundo, 2017. Retrieved from https://promundoglobal.org/resources/understanding-masculinities-results-international-men-gender-equality-survey-images-middle-east-north-africa.
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). La migrazione forzata può mettere in discussione anche i ruoli e le norme di genere tradizionali, ma allo stesso tempo può fornire alle persone nuove opportunità di superare relazioni oppressive o vincoli di genere egemonici (Krause, 2014KRAUSE, Ultike. Analysis of empowerment of refugee women in camps and settlements. Journal of Internal Displacement, v. 4, n. 1, p. 29-52, 2014.). Ad esempio, le relazioni di genere possono diventare più egualitarie, soprattutto quando le donne acquisiscono maggiore potere economico e indipendenza e il contributo economico degli uomini diminuisce (Hondagneu-Sotelo, 1992HONDAGNEU-SOTELO, Pierrette. Overcoming patriarchal constraints: The reconstruction of gender relations among Mexican immigrant women and men. Gender Society, v. 6, n. 3, p. 393-415, 1992.). Tuttavia, alcuni elementi delle relazioni di genere tradizionali possono rimanere invariati e e generare conflitti.

La letteratura accademica ha dedicato grande attenzione alle questioni di genere tra i siriani e le siriane in esilio e si è concentrata soprattutto sulle donne siriane e le difficoltà che queste devono affrontare durante la migrazione forzata (Freedman et al., 2017FREEDMAN, Jane; KIVILCIM, Zeynep; ÖZGÜR BAKLACIOGLU, Nurcan (eds.). A Gendered Approach to the Syrian Refugee Crisis. Abingdon, Oxon; New York: Routledge, 2017.). Sebbene non si conoscano le cifre esatte, è stato riportato che in molti dei paesi che hanno accolto i siriani e le siriane, le donne e i bambini rappresentano la maggioranza della popolazione sfollata (Deardorff Miller, 2017DEARDORFF MILLER, Sarah. Political and Humanitarian Responses to Syrian Displacement. London: Routledge, 2017.). In Libano, ad esempio, una famiglia siriana su quattro ha a capo una donna (UNHCR, 2014UNHCR - The United Nations High Commissioner for Refugees. Women Alone; The Fight for Survival of Syria’s Refugee Women. Geneva: UNHCR, 2014. Retrieved from https://www.refworld.org/docid/53be84aa4.html.
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). In molti casi, la mancanza di risorse economiche è una delle principali difficoltà. Nella Siria prebellica, infatti, la maggior parte delle famiglie aveva a capo un uomo e molte donne erano dipendenti dai loro partner, rimanendo spesso escluse dal mercato del lavoro (Al-Hayek, 2015AL-HAYEK, Katty. Untold stories of Syrian women surviving war. Syria Studies, v. 7, n. 1, p. 1-30, 2015. ).

Questo articolo si propone di esplorare alcune delle trasformazioni che hanno interessato le famiglie siriane in esilio e come queste abbiano rinegoziato i ruoli di genere e le relazioni. Questo contributo non ha la pretesa di fornire una rappresentazione esaustiva delle trasformazioni dei ruoli di genere e delle loro rinegoziazioni tra le rifugiate e i rifugiati siriani. Lo scopo di questo articolo è piuttosto quello di fornire un quadro della complessità ed eterogeneità delle trasformazioni della vita delle famiglie rifugiate e di presentare alcune delle possibili interpretazioni dei profondi mutamenti che si verificano durante lo sfollamento.

Attraverso dati empirici raccolti in Libano, questo articolo presenta un esempio delle trasformazioni dei ruoli e nelle relazioni di genere che hanno interessato le famiglie siriane e i modi in cui queste hanno rinegoziato le trasformazioni attraverso l’uso dell’agentività (agency in inglese). In primo luogo, l’articolo esplorerà le trasformazioni delle relazioni di genere nello spazio privato e la ricostruzione dell’intimità tra le famiglie siriane. In secondo luogo, il contributo esaminerà le rinegoziazioni di queste trasformazioni attraverso l’uso dell’agentività e infine mostrerà come le famiglie abbiano utilizzato tecniche di resilienza per negoziare queste trasformazioni.

Metodologia

Questo capitolo si basa sul lavoro sul campo svolto nell’ambito di una ricerca dottorale, tra il 2017 e il 2019, in Libano, nelle aree urbane di Beirut e Tripoli e in diverse aree rurali nelle regioni del Nord del Libano, Akkar e Beqaa. I dati sono stati raccolti attraverso interviste approfondite semi-strutturate e osservazione partecipante e hanno coinvolto 41 famiglie. Le interviste condotte si concentravano sulle difficoltà vissute dalle famiglie nella sfera pubblica e privata, sulle relazioni familiari e coniugali, sulla loro percezione dei cambiamenti e sui meccanismi di adattamento, o coping1 1 Le capacità di coping caratterizzano l’adattamento di un individuo ad una situazione stressante, il quale non ha necessariamente un esito positivo. A volte le abilità usate dagli individui per far fronte a situazioni stressanti non sono adatte a gestire le stesse, quindi possono amplificare gli effetti stressanti. Le capacità di coping possono invece avere esiti positivi quando l’individuo raggiunge un benessere psico-fisiologico a breve, medio e lungo termine dopo l’evento stressante. , utilizzati dalle famiglie per superare le difficoltà. L’accesso al campo è stato ottenuto utilizzando due canali principali: reti personali e professionali già esistenti, come le famiglie siriane incontrate negli anni precedenti, e nuove reti, come le organizzazioni umanitarie locali e le reti della società civile. Il campione è stato poi ampliato procedendo con un campionamento a palla di neve, chiedendo ai partecipanti, alla fine di ogni intervista, di essere messi in contatto con loro amici o parenti. All’inizio di ogni intervista è stato chiesto il consenso informato ai partecipanti ed è stato loro spiegato che i dati raccolti sarebbero stati utilizzati solo a scopo di ricerca. Tutte le interviste sono state rese anonime e i dati personali dei partecipanti sono stati omessi per proteggere la loro identità. Le interviste sono state condotte in arabo e poi trascritte e tradotte in inglese con il supporto di assistenti di ricerca.

Il focus della ricerca era su tre tipi di famiglie (nucleare, estesa e con un/a solo/a capofamiglia). La diversità della popolazione siriana è stata in parte rappresentata nel campione di ricerca. Nonostante la maggioranza della popolazione sfollata sia di religione sunnita e venga da aree urbane e semi-urbane, nel campione di ricerca sono state incluse alcune famiglie beduine sunnite e druse. Non vi erano partecipanti cristiani o alawiti. Le aree di origine dei partecipanti variavano molto. I partecipanti erano sfollati da numerose aree urbane e rurali. La maggior parte dei partecipanti era originaria di Damasco, Aleppo, Homs, Hama, Deir ez-Zor, Qamishly, as-Sweida, ar-Raqqa, e Idlib e solo alcune famiglie venivano dall’altopiano del Golan, e dalle aree rurali di Tartus e Latakia. Per quanto riguarda il background sociale, la maggior parte della popolazione partecipante era di ceto basso o lavoratore e aveva completato l’istruzione primaria o secondaria, con un numero minoritario di partecipanti che si descrivevano di ceto medio e aveva completato l’istruzione universitaria o era iscritta all’università prima dello scoppio della guerra in Siria.

In questo studio, non è stata utilizzata una semplice prospettiva di genere, ma una prospettiva analitica relazionale, che ha permesso l’esplorazione di relazioni interconnesse tra loro e di esperienze di genere multiple. La prospettiva relazionale vede le relazioni non in maniera contrastiva (e.g., l’esperienza degli uomini contro quella delle donne) ma come uno spazio dinamico di interconnessioni, interdipendenze e interrelazioni continuo.

Le riflessioni di questo articolo si basano sull’esperienza di Soha e Badr, una coppia di partecipanti della zona rurale di Hama, la quale è rappresentativa dei percorsi di ricostruzione e negoziazione delle relazioni coniugali e analoga a quella di molte altre famiglie siriane sfollate in Libano.

La situazione delle famiglie siriane in Libano

La storia della migrazione siriana in Libano risale agli anni Cinquanta, quando lavoratori e lavoratrici hanno cominciato a trasferirsi nel paese confinante per lavorare nell’edilizia o nell’agricoltura (Chalcraft, 2009CHALCRAFT, John. Invisible cage. Syrian migrant workers in Lebanon. Stanford: Stanford University Press, 2009.). Dopo la guerra civile libanese (1975-1990), i settori in cui i migranti siriani erano impiegati si sono diversificati e molti hanno iniziato a lavorare come lavoratori e lavoratrici stagionali o facendo i pendolari dalla Siria. Dopo l’inizio della guerra in Siria, molte famiglie hanno raggiunto queste persone già presenti nel territorio, soprattutto nel sud del paese. Il più grande afflusso di migranti forzati è poi iniziato con l’intensificarsi del conflitto siriano nel 2014 quando oltre un milione di persone sono arrivate da varie aree della Siria e si sono stabilite nelle aree di confine, la Valle della Beqaa a est e nord-est e la regione di Akkar a nord.

Fino al 2014, il governo libanese ha mantenuto una politica di frontiere aperta, in base alla quale le persone siriane potevano vivere e lavorare in Libano abbastanza liberamente. Non era applicata alcuna regolamentazione specifica e l'assenza dello Stato in questo periodo è stata largamente definita come una "politica di non politica" (El Mufti, 2014EL-MUFTI, Karim. Official response to the Syrian refugee crisis in Lebanon, the disastrous policy of no-policy (Report No. 01/10). Beirut: Civil Society Knowledge Centre, Lebanon Support, 2014. Retrieved from https://civilsociety-centre.org/pdf-generate/17211.
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). La situazione in Libano è particolarmente complessa anche perché il governo libanese non ha mai riconosciuto formalmente i siriani come "richiedenti asilo" o "rifugiati" (lajiyin in arabo) ma piuttosto come "sfollati" (lazihin in arabo). Il Libano, infatti, non è firmatario della Convenzione sui Rifugiati del 1951 e ha risposto all’emergenza senza istituire campi profughi formali dedicati ai siriani. Il governo temeva in larga misura che la presenza siriana in Libano potesse diventare permanente, come era accaduto con i rifugiati palestinesi a partire dal 1948. Questa assenza di protezione internazionale si ripercuote sui siriani a livello umanitario, in quanto non essere riconosciuti come "richiedenti asilo" o "rifugiati" impedisce il reinsediamento in un Paese terzo. Questa possibilità esiste tuttavia solo per coloro che sono riusciti a registrarsi presso l’UNHCR come rifugiati de facto, prima che l’agenzia chiudesse questa opportunità nel 2015 (Dionigi, 2016DIONIGI, Filippo. The Syrian e Crisis in Lebanon: State Fragility and Social Resilience. [Paper series 15]. London School of Economics, Middle East Centre, 2016. Retrieved from http://eprints.lse.ac.uk/65565/1/Dionigi_Syrian_Refugees%20in%20Lebanon_Author_2016.pdf.
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).

L’attuale serie di risposte alla “crisi siriana” in Libano è dunque decentralizzata, frammentata e governata dall'informalità, dove le autorità municipali locali prendono decisioni arbitrarie e insieme agli attori umanitari locali e internazionali governano ora la presenza dei siriani (Mourad, 2017MOURAD, Lama. Inaction as policy-making: Understanding Lebanon’s early response to the refugee influx. Pompes Studies, v. 25, p. 49-55, 2017.). Se da un lato l’assenza di campi profughi può aver permesso una maggiore libertà di movimento a queste persone, dall’altro la mancata adozione di una politica alternativa di protezione e accoglienza ha creato delle sfide sia per le Nazioni Unite sia per le comunità locali, che sono diventati i principali interlocutori della "crisi siriana" in Libano.

Tra le difficoltà maggiori per i siriani c’è l’accesso al mercato del lavoro, fortemente regolato dall’informalità. Legalmente, in mancanza di uno sponsor (in arabo kafeel) che possa garantire un contratto e un visto di lavoro, le persone siriane in Libano possono lavorare solo in tre settori: edilizia, servizi di pulizia e agricoltura. Tuttavia, in molti lavorano in altri settori in maniera informale e questa informalità impedisce loro di rinnovare i propri permessi di residenza nel Paese. Di conseguenza, la maggior parte dei siriani vive in modo irregolare sul territorio libanese.

Per questo specifico motivo, per le donne è a volte più facile accedere al mercato del lavoro rispetto agli uomini, i quali vengono spesso fermati ai numerosi check point e a volte arrestati in mancanza di documenti. Le donne vengono invece fermate più raramente e di conseguenza godono di una relativa maggiore libertà di movimento che in qualche modo facilita l’accesso al mercato del lavoro (El-Asmar et al., 2019EL-ASMAR, Francesca; SHAWAF, Nour; MIKDASHI, Dalia. ‘No one asked...’ Amplifying the voices of Syrian refugee women in Lebanon on their power to decide. Oxfam International, 2019. Retrieved from: https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/rr-no-one-asked-syrian-refugee-women-lebanon-051119-en.pdf.
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). A fronte di questi vincoli strutturali, le donne diventano in alcuni casi le capofamiglia. Il numero delle donne siriane nel mercato del lavoro (sebbene non regolamentato) è infatti aumentato, mettendo di conseguenza in discussione la posizione privilegiata degli uomini nelle famiglie siriane e creando una trasformazione delle norme di genere tradizionali.

L’agentività nella migrazione forzata

Per concettualizzare il modo in cui le trasformazioni delle relazioni e i ruoli di genere sono negoziati tra le famiglie siriane in Libano, questo articolo utilizza il concetto di "agentività" (agency in inglese). L’agentività si riferisce alla capacità degli individui di agire in maniera autonoma e di fare le proprie scelte in maniera più o meno libera e indipendente. L’opposto dell’agentività è la "struttura" (structure in inglese), un insieme di configurazioni che influenzano, ostacolano o limitano le scelte e le opportunità disponibili.

Il concetto di agentività è un termine chiave in sociologia e ha una lunga tradizione nel dibattito accademico. Molti studiose e studiosi sociali hanno esaminato le relazioni tra l’agentività e le strutture sociali che limitano l’agire umano. Tra queste, Naila Kabeer ha dimostrato che l’agentività non è solo azione umana per sé, ma può essere concettualizzata come un insieme di azioni visibili e invisibili che l’antropologa descrive come “i significati, le motivazioni e gli scopi che gli individui portano nelle loro azioni, il loro senso di agentività, il suo potere interno” (Kabeer, 1999KABEER, Naila. Resources, agency, achievements: Reflections on the measurement of women’s empowerment. Development and Change, v. 30, n. 3, p. 435-464, 1999., p. 438, traduzione dell’autrice). L’agentività è dunque il processo attraverso il quale si compiono delle scelte e si mettono in atto delle azioni. In questa prospettiva, essa può avere diverse forme, incluse resistenza, resilienza, negoziazione, sovversione, manipolazione, ecc. L’agentività può essere poi concettualizzata in termini positivi o negativi, dove nel senso positivo, è concettualizzata come il “potere di” (power to in inglese) e in senso negativo come “potere su” (power over) (ibid.KABEER, Naila. Resources, agency, achievements: Reflections on the measurement of women’s empowerment. Development and Change, v. 30, n. 3, p. 435-464, 1999.).

Negli studi sulle migrazioni forzate, l’agentività si riferisce al potenziale delle persone rifugiate di superare le strutture dello sfollamento e di trarre risultati positivi dalla ‘crisi’. Mettere l’agentività al centro del dibattito sulle migrazioni forzate aiuta a contrastare rappresentazioni essenzialiste del rifugiato come vittima o ricettore passivo dell’aiuto umanitario (Essed et al., 2004ESSED, Philomena; FRERKS, Georg; SCHRIJVERS, Joje (eds.). Refugees and the Transformation of Societies: Agency, Policies, Ethics and Politics. New York: Berghahn, 2004., p. 2), oppure come super uomo o super donna (Fiddian-Qasmiyeh, 2020FIDDIAN-QASMIYEH, Elena. Introduction. In: FIDDIAN-QASMIYEH, Elena (ed.). Refuge in a Moving World: Refugee and Migrant Journeys across Disciplines. London: UCL Press, 2020. ).

Lo studio presentato in questo articolo ha utilizzato la concettualizzazione di Kabeer per analizzare il modo in cui le relazioni e i ruoli di genere vengono rinegoziati nella migrazione forzata (Tuzi, 2022TUZI, Irene. Renegotiating Gender Roles and Relationships in Displacement: Syrian Families in Lebanon and Germany. PhD Dissertation. Sapienza University of Rome and Humboldt University of Berlin, 2022.). Questo articolo si concentra in particolar modo sul concetto agentività come resilienza. Questa specifica capacità è considerata in questo studio non come mera capacità di coping o accettazione delle avversità dello sfollamento, ma come un tratto costruttivo della vita di una persona che dalle avversità riesce ad edificare le condizioni materiali e immateriali per migliorare la propria vita.

In psicologia, la resilienza è considerata la capacità delle persone di superare le difficoltà e di adattarsi e far fronte a situazioni avverse. La letteratura in questo campo ha dimostrato che le persone rifugiate, nell’affrontare le sfide dello sfollamento, esercitano la resilienza come tratto costruttivo. Studi di psicologia sulle persone rifugiate si sono concentrati sui molteplici modi che queste utilizzano per affrontare lo stress psicologico nella migrazione forzata (Renkens et al., 2022RENKENS, José; ROMMES, Els; van den MUIJSENBERGH, Maria. Refugees' Agency: On Resistance, Resilience, and Resources. International journal of environmental research and public health, v. 19, n. 2, 2022.). La resilienza è concettualizzata come un fattore protettivo ed è associata a un ridotto disagio psicologico legato al trauma. Per questo motivo, molti studi suggeriscono che questa venga considerata nella valutazione dei fattori di rischio e di protezione tra le persone rifugiate (Arnetz et al., 2013ARNETZ, Judith; ROFA, Yoasif; ARNETZ, Bengt; VENTIMIGLIA, Matthew; JAMIL, Hikmet. Resilience as a Protective Factor Against the Development of Psychopathology Among Refugees. The Journal of Nervous and Mental Disease, v. 201, n. 3, p. 167-172, 2013. ). Gli studi sulle migrazioni hanno anche dimostrato che i processi di resilienza possono essere messi a dura prova quando la mancanza di supporto sociale e governativo limita l’accesso delle persone rifugiate alle risorse di base (Pickren, 2014PICKREN, Wade. What Is Resilience and How Does It Relate to the Refugee Experience? Historical and Theoretical Perspectives. In: SIMICH, Laura; ANDERMANN, Lisa (eds.). Refuge and Resilience. International Perspectives on Migration. Dordrecht: Springer, 2014, p. 7-26.). Tuttavia, alcuni studi analizzano come spesso le persone rifugiate attingano alle risorse motivazionali e sviluppino le loro aspirazioni per affrontare la discriminazione e altre sfide dello sfollamento, mettendo in atto la loro resilienza (Akbar, Preston, 2019AKBAR, Marshia; PRESTON, Valerie. Migration and Resilience. Exploring the stock of knowledge. Review of literature 2000-2016. York University, 2019.). La resilienza è ampiamente riconosciuta anche come la capacità di cambiare se stessi in risposta a una crisi, senza tornare al punto di partenza ma sviluppando nuove capacità. È un processo che consiste nel trovare una nuova consapevolezza dei propri punti di forza e delle proprie risorse per superare le esperienze traumatiche (Papadopoulos, Gionakis, 2017PAPADOPOULOS, Renos; GIONAKIS, Nikos. Padri rifugiati. Vulnerabilità e resilienza. Franco Angeli, 2017.).

In sociologia, la resilienza è considerata come la capacità di un gruppo o di una comunità di sostenersi nel miglioramento del proprio benessere come gruppo, di adattarsi agli stress esterni e rispondere agli sconvolgimenti risultanti dai cambiamenti sociali, politici e ambientali (Adger, 2000ADGER, W. Neil. Social and ecological resilience: are they related? Progress in Human Geography, v. 24, n. 3, p. 347-364, 2000.). In generale, il concetto di resilienza è spesso stato criticato in quanto veicolo di meccanismi di potere strutturali in un contesto neoliberale (Evans, Reid, 2015EVANS, Brad; REID, Julian. Exhausted by resilience: Response to the commentaries. Resilience: International Policies, Practices and Discourses, v. 3, n. 2, p. 154-159, 2015.). All’individuo viene chiesto sempre di più a livello personale mentre poca attenzione è lasciata alle condizioni contestuali e ci si aspetta che le persone dimostrino resilienza a tutti i livelli della società. L’accesso alla resilienza delle persone migranti e rifugiate non può essere scollegato dalle risorse economiche, sociali e culturali a cui queste hanno o non hanno accesso (Hall, Lamont, 2013HALL, Peter A.; LAMONT, Michèle. Introduction. In: HALL, Peter A.; LAMONT, Michèle (eds.). Social Resilience in the Neoliberal Era. Cambridge: Cambridge University Press, 2013, p. 1-31.). La capacità di resilienza dipende anche dalle relazioni a livelli diversi della società, “dalla famiglia al quartiere e dalla comunità locale alla regione, allo Stato nazionale e ai regimi transnazionali” (ibid.HALL, Peter A.; LAMONT, Michèle. Introduction. In: HALL, Peter A.; LAMONT, Michèle (eds.). Social Resilience in the Neoliberal Era. Cambridge: Cambridge University Press, 2013, p. 1-31., p. 14, traduzione dell'autrice). Il concetto di resilienza è poi associato spesso a qualcosa di positivo e soprattutto alla capacità positiva di ritornare alle condizioni precedenti a una crisi. La resilienza intorno all’attività umana richiede un cambiamento sociale attraverso l’adattabilità (la capacità di apprendere, di combinare esperienza e conoscenza o di adattare e sviluppare un sistema esistente) oppure, in alcuni casi, persino la trasformabilità (la capacità di creare un sistema fondamentalmente nuovo se il sistema esistente non può essere sostenuto) (Folke et al., 2010FOLKE, Carl; CARPENTER, Stephen R.; WALKER, Brian; SCHEFFER, Marten; CHAPIN Terry; ROCKSTRÖM, Johan. Resilience thinking: Integrating resilience, adaptability and transformability. Ecology and Society, v. 15, n. 4, p. 20, 2010.). La resilienza sociale deve quindi essere intesa come un processo di cambiamento attivo e creativo “in cui le persone assemblano una serie di strumenti, tra cui risorse collettive e nuove immagini di sé” (Hall, Lamont, 2013HALL, Peter A.; LAMONT, Michèle. Introduction. In: HALL, Peter A.; LAMONT, Michèle (eds.). Social Resilience in the Neoliberal Era. Cambridge: Cambridge University Press, 2013, p. 1-31., p. 14).

Questa visione del concetto di resilienza come un processo di cambiamento attivo e creativo sarà utile per comprendere le esperienze delle famiglie siriane in Libano e l’uso della resilienza come tecnica di negoziazione delle relazioni e ricostruzione dell’intimità nella migrazione forzata.

La ricostruzione dell’intimità tra le famiglie siriane in Libano

L’impatto della guerra, dello sfollamento e della migrazione forzata sulle relazioni intime è stato precedentemente affrontato soprattutto da una prospettiva clinica e psicologica (Rizkalla, Segal, 2019RIZKALLA, Niveen; SEGAL, Steven P. War can harm intimacy: Consequences for refugees who escaped Syria. Journal of Global Health, v. 9, n. 2, 020407, 2019.), ma è stato poco studiato da un punto di vista sociologico. Alcuni studi si sono concentrati specificamente sulla violenza di genere nelle relazioni coniugali durante la migrazione forzata (Wachter et al., 2018WACHTER, Karin; HORN, Rebecca; FRIIS, Elsa; FALB, Kathryn; WARD, Leora; APIO, Christine; WANJIKU, Sophia; PUFFER, Eve. Drivers of intimate partner violence against women in three refugee camps. Violence Against Women, v. 24, n. 3, p. 286-306, 2018.) e sui conflitti e le separazioni (Sarabwe, 2018SARABWE, Emmanuel; RICHTERS, Annemiek; VYSMA, Marianne. Marital conflict in the aftermath of genocide in Rwanda: An explorative study within the context of community based sociotherapy. Intervention (Amstelveen), v. 16, p. 14-21, 2018.). Una crescente attenzione è stata dedicata ai cambiamenti nello spazio intimo delle donne e degli uomini siriani (Culcasi, 2019CULCASI, Karen. ‘We are women and men now’: Intimate spaces and coping labour for Syrian women refugees in Jordan. Transactions of the Institute of British Geographers, tran.12292, 2019.). Tuttavia, mentre la letteratura accademica esamina per lo più gli effetti negativi dello sfollamento sulle relazioni coniugali, alcuni studi riportano effetti positivi come l’incremento dell’intimità, dell’affetto e della comunicazione di coppia durante la migrazione forzata (Hyman et al., 2011HYMAN, Ilene; MASON, Robin; GURUGE, Sepali; BERMAN, Helene; KANAGARATNAM, Pushpa; MANUEL, Lisa. Perceptions of factors contributing to intimate partner violence among Sri Lankan Tamil immigrant women in Canada. Health Care Women International, v. 32, n. 9, p. 779-794, 2011.).

I risultati del presente studio hanno confermato che la migrazione forzata ha un impatto profondo sull’intimità. In linea con alcuni studi precedenti (Brun, Fábos, 2015BRUN, Catherine; FÁBOS, Anita. Making home in limbo? A conceptual framework. Refuge, v. 31, n. 1, p. 5-17, 2015.), è stato possibile notare che nonostante le dure condizioni della migrazione forzata, i partecipanti a questa ricerca hanno continuato a ricreare un senso di 'casa' ristabilendo familiarità e relazioni coniugali e dando un nuovo significato agli spazi intimi. In questo senso, gli spazi intimi hanno rivelato i modi intangibili in cui la migrazione forzata si intreccia con la vita quotidiana, le pratiche di adattamento e le relazioni di genere (Culcasi, 2019CULCASI, Karen. ‘We are women and men now’: Intimate spaces and coping labour for Syrian women refugees in Jordan. Transactions of the Institute of British Geographers, tran.12292, 2019.).

L’impatto della migrazione forzata sulla vita intima dei siriani in Libano non può essere discusso senza usare un certo livello di sensibilità e di atteggiamento critico. A livello metodologico, alcune questioni della vita privata delle persone sono state difficili da discutere a causa della discrezione di alcune persone o del background conservatore di alcune famiglie siriane. In generale, non è probabilmente così semplice per nessuno discutere di tali argomenti con estranei, soprattutto quando la vita intima delle persone è stata profondamente scossa dallo sfollamento e dalla guerra. Ad esempio, l’argomento della salute sessuale e riproduttiva delle donne siriane è emerso raramente durante le interviste, presumibilmente a causa della stigmatizzazione che questi temi comportano. Molte donne e uomini siriani erano riluttanti a parlare di questi argomenti, delle loro pratiche o delle loro opinioni. Allo stesso tempo, non sempre era possibile porre questo tipo di domande alle e ai partecipanti alla ricerca.

Jamieson (2011JAMIESON, Lynn. Intimacy as a concept: Explaining social change in the context of globalisation or another form of ethnocentricism? Sociological Research Online, v. 16, n. 4, p. 151-163, 2011.) ha definito l’intimità come “la qualità delle connessioni tra le persone e il processo di costruzione di questa qualità” (Jamieson, 2011JAMIESON, Lynn. Intimacy as a concept: Explaining social change in the context of globalisation or another form of ethnocentricism? Sociological Research Online, v. 16, n. 4, p. 151-163, 2011., p. 1). L’intimità, come forma di fare famiglia, è una pratica sociale che dà forma alle identità sociali, consentendo e generando un senso soggettivo di vicinanza (Jamieson, 2011). Nello sviluppare la scala PAIR (Personal Assessment of Intimacy in Relationships) per valutare il livello di intimità all'interno di una relazione, Schaefer e Olson (1981SCHAEFER, Mark T.; OLSON, David H. Assessing intimacy: The PAIR Inventory. Journal of Marital and Family Therapy, v. 7, n. 1, p. 47-60, 1981.) hanno identificato cinque dimensioni dell’intimità, convalidate dal punto di vista teorico e clinico. Si tratta dell'intimità emotiva, sociale, intellettuale, sessuale e ricreativa. Secondo questa scala, nel presente studio sono emerse soprattutto due dimensioni dell’intimità legate ai cambiamenti nelle relazioni: l’intimità emotiva e quella sessuale. In entrambi i casi, laddove si sono verificati profondi cambiamenti nella sfera privata e nello spazio fisico della stessa, l’intimità è stata ricostruita come parte della rinegoziazione della relazione.

Dal presente studio è emerso anche che l’idea di spazio intimo è fortemente legata a quella di 'casa', poiché la vita intima è associata fortemente alla sfera privata. Con la migrazione forzata, lo spazio privato e il significato di casa sono soggetti a cambiamenti, soprattutto di fronte a grandi sconvolgimenti della vita. Le condizioni di vita dei partecipanti a questo studio erano generalmente molto precarie, poiché le famiglie sfollate vivevano spesso in contesti estremamente vulnerabili. Nonostante solo una minoranza di siriani in Libano viva nei campi profughi informali, molte famiglie vivono in case incomplete, garage e altri tipi di alloggi precari al di sotto degli standard di vita minimamente accettabili, sovraffollati o in condizioni pericolose (UNHCR, 2019______. Vulnerability Assessment of Syrian Refugees in Lebanon. Geneva: UNHCR, 2019. Retrieved from file:https://data.unhcr.org/en/documents/details/73118.
https://data.unhcr.org/en/documents/deta...
). Molte delle persone che hanno partecipato a questo studio vivevano infatti in appartamenti sovraffollati, case incomplete o garage. Solo alcuni di loro erano sfollati in campi profughi informali. I contesti in cui le trasformazioni delle relazioni di genere e coniugali hanno avuto un impatto maggiore sulla vita intima erano contesti in cui gli spazi erano profondamente poco accoglienti (Blunt, Dowling, 2006BLUNT, Alison; DOWLING, Robyn. Home. New York, NY: Routledge, 2006., p. 221), o in cui non era sempre possibile mantenere la privacy. Ciononostante, il tema dell’intimità è emerso nella sua forma emotiva anche in contesti in cui le famiglie siriane vivevano in appartamenti privati in affitto, isolate dalla società locale e siriana.

Tra i partecipanti a questo studio, la dimensione dell’intimità è emersa in particolare, ma non solo, nelle conversazioni con Soha e Badr, una coppia sui quarant’anni proveniente dalla zona rurale di Hama. La coppia viveva in un piccolo insediamento informale a Tel Abbas, nella regione di Akkar. Soha e Badr abitavano in una tenda di una sola stanza con i loro quattro figli e condividevano un piccolo bagno con una decina di altre famiglie insediate nello stesso campo. Il Ramadan del 2018 era appena trascorso quando ci siamo incontrati per la prima volta. Ho conosciuto prima Badr e parlato con lui per diverse ore delle sue posizioni politiche e del suo ruolo come dissidente del regime siriano, prima di affrontare il tema delle relazioni. Poi sono tornata il giorno dopo per incontrare sua moglie Soha. Ho trascorso quasi tre ore con lei mentre Badr era seduto in una sorta di area ricreativa che aveva allestito con altri uomini all’interno del campo. Soha mi ha parlato a lungo della sua vita con Badr, il suo secondo marito, che aveva sposato per amore quando aveva 25 anni.

Eravamo molto felici in Siria. Il nostro era un matrimonio d’amore ed eravamo molto uniti. Mio marito non era solo il mio amante, ma anche il mio amico, il mio compagno. Condividevamo tutto e facevamo tutto insieme. (Soha, Tel Abbas, Libano, 19 giugno 2018)

Durante il nostro incontro, Soha mi ha raccontato che la migrazione forzata ha creato un conflitto coniugale tra lei e Badr. La coppia è rimasta separata per diversi mesi dopo l’inizio della guerra in Siria, poiché Badr era andato a combattere con l’opposizione. Poi Soha si è trasferita in Libano con i figli e sono passati altri mesi prima che potessero ricongiungersi.

Sono stata io a decidere di venire in Libano. Era troppo rischioso per noi rimanere in Siria. I miei figli avevano paura, c’erano cecchini a Khalidiyah e anche mio cognato è stato ucciso. Io e mio marito siamo rimasti separati per diversi mesi. Poi, improvvisamente, un giorno il telefono ha ripreso a funzionare e sono riuscita a chiamarlo. Gli chiesi: “Ehi, dove sei? Stai bene? Senti domani vado a fare i documenti per i bambini e li porto in Libano perché qui non è più sicuro.” Così sono venuta qui attraversando Wadi Khaled [N.d.R. il valico di frontiera con la Siria]. (Soha, Tel Abbas, Libano, 19 giugno 2018)

La mancanza di privacy e di libertà nella migrazione forzata sono state le principali cause di conflitto per Soha e Badr. Il passaggio da una casa vera e propria a una tenda ha avuto un impatto negativo soprattutto sulla loro intimità.

Soha: “In Siria avevamo una stanza per noi, una per i bambini e una zona salotto per gli ospiti. Qui facciamo tutto in una stanza. Dormiamo qui, mangiamo qui; facciamo tutto in questo piccolo spazio che vedete. Questo è tutto lo spazio che abbiamo. [...] Qui c'è una mancanza di privacy e di libertà. Ci sentiamo sempre controllati". Autrice: “Il rapporto con suo marito è cambiato molto a causa di questo?” Soha: “Certo, certo, certo! È cambiato molto! Io e mio marito non abbiamo più tempo di stare insieme adesso”. (Soha, Tel Abbas, Libano, 19 giugno 2018)

Soha ha poi raccontato che per entrambi è stato difficile mantenere lo stesso livello di intimità e di legame che avevano prima della guerra e della migrazione forzata.

La nostra vita è cambiata molto. Un giorno siamo insieme, nella nostra casa, in campagna, e il giorno dopo siamo separati per mesi. Non sai cosa sia successo all’altro, se sia ancora vivo. Poi, quando lo incontri di nuovo dopo molti mesi, vivi in una tenda. [...] Diventi una persona diversa. Non è facile rimanere saldi. (Badr, Tel Abbas, Libano, 14 giugno 2018)

È stato difficile rimanere vicini come lo eravamo in Siria. Quando mio marito mi ha raggiunto qui, non lo vedevo da quasi un anno. Qui c’è molta pressione. [...] Litighiamo molto più di prima. (Soha, Tel Abbas, Libano, 19 giugno 2018)

Comprensibilmente, per Soha e Badr, andare a vivere in una tenda ha rappresentato un grosso ostacolo alla loro intimità. Gli spazi aperti e la vita di comunità del campo profughi hanno impedito loro di preservare la loro privacy, condividendo lo spazio all’interno della tenda con i loro quattro figli e quello all’esterno con altre famiglie, visitatori e operatori umanitari. In questo senso, sebbene la mancanza di confini del campo profughi informale abbia dato a donne e uomini maggiori libertà di movimento e possibilità di creare reti, ha anche creato una mancanza di privacy, che ha portato a conflitti coniugali e familiari.

Per far fronte a queste difficoltà, Soha and Badr hanno utilizzato la creatività come forma di resilienza per rinegoziare la loro vita intima di coppia. In particolare, hanno diviso lo spazio della tenda per ottenere due stanze. Hanno inoltre creato un sistema che ha reso possibile la trasformazione della seconda stanza, protetta da tende, in una camera da letto per la coppia, un piccolo salotto e un ripostiglio dove conservare le scorte di cibo. In questo modo, la coppia era libera di isolarsi per “dieci minuti” di tanto in tanto con scuse diverse.

La nostra relazione è cambiata molto. [...] A volte andiamo nell’altra stanza per dieci minuti insieme e diciamo ai bambini che stiamo organizzando il cibo in dispensa. [...] Quando si addormentano, a volte andiamo nell’altra stanza e dormiamo lì. [...] Se abbiamo bisogno di parlare, quando i bambini dormono, andiamo nella stanza piccola, facciamo il caffè e parliamo per qualche minuto da soli. (Soha, Tel Abbas, Libano, 19 giugno 2018)

Nella ricostruzione della loro intimità, Badr e Soha hanno ristabilito una vicinanza intima e hanno dato un nuovo significato al concetto di “casa”. Infatti, la casa e l’intimità erano strettamente correlate nei discorsi di Soha, e questo è stato evidente quando la donna ha apertamente menzionato i meccanismi creativi di ricostruzione di uno spazio intimo nella nostra conversazione.

Autrice: [dopo avermi mostrato l’altra stanza] “Questo è molto creativo!” Soha: “Abbiamo costruito una nuova stanza per costruire una nuova relazione”. (Soha, Tel Abbas, Libano, 19 giugno 2018)

Soha e Badr, come altre famiglie siriane in Libano, hanno utilizzato la resilienza come forma di costruzione nell’ambito di un processo di cambiamento attivo e creativo. Utilizzando gli strumenti a loro disposizione hanno creato un nuovo spazio fisico e sociale per preservare la loro intimità. Questo processo non porta necessariamente a un cambiamento positivo o a una risoluzione delle difficoltà, ma una costruzione di nuove forme di esistere nella migrazione forzata e nello sfollamento. Ricostruendo lo spazio fisico per l’intimità e creando dei confini per proteggere questo spazio, Soha e Badr, come altre famiglie, hanno ridato significato al concetto di “casa” e alla loro relazione intima e coniugale. Come Soha e Badr, le famiglie che hanno risposto con la resilienza alle avversità della migrazione forzata hanno messo in pratica la loro agentività in modo creativo. In questo senso, l’agentività mette in luce il potenziale delle persone di fare uso delle nuove opportunità generate dalla migrazione forzata e di accedere alle risorse materiali e immateriali in maniera riflessiva.

Conclusione

I risultati di questo studio hanno rafforzato l’ipotesi che la migrazione forzata abbia un profondo impatto anche sulla vita intima delle persone e in particolare sulle loro relazioni coniugali e familiari. La presente ricerca ha evidenziato che l’idea di spazio intimo è fortemente legata a quella di “casa”. Con la migrazione forzata, lo spazio privato e il significato di “casa” sono soggetti a cambiamenti significativi. Come emerge da questo studio, nonostante le dure condizioni in cui vivevano molti rifugiati in Libano, queste persone continuavano a ricreare un senso di casa ristabilendo l’intimità attraverso le pratiche di resilienza e agentività. In questo studio sono emerse principalmente due dimensioni dell’intimità in relazione ai cambiamenti nelle relazioni di genere: l’intimità emotiva e quella sessuale. In particolare, quando le normali azioni quotidiane diventano più difficili durante la migrazione forzata, l’aumento delle pressioni quotidiane e dei carichi mentali può interrompere l’intimità.

In quanto alla durabilità di questi cambiamenti, non è stato possibile dimostrare in questo studio se certe trasformazioni si possano considerare permanenti o temporanee. Quel che è emerso, in linea con quanto rilevato da altri autori (Lenette et al., 2019LENETTE, Caroline; MAROR, Apuk; MANWARING, Serena. Mothers and daughters: Redefining cultural continuity through South Sudanese women’s artistic practices. Journal of Intercultural Studies, v. 40, n. 6, p. 751-771, 2019.; Bivand Erdal, Pawlak, 2018BIVAND ERDAL, Marta; PAWLAK, Marek. Reproducing, transforming and contesting gender relations and identities through migration and transnational ties. Gender, Place Culture, v. 2, n. 6, p. 882-898, 2018.), è che nella migrazione forzata emergono relazioni complesse con il passato e il presente e che esistono vari modi in cui il cambiamento e la continuità possono andare in parallelo. La relazione coniugale di Soha e Badr, posizionata nel presente, era tutt’altro che conflittuale. Nell’esercitare la resilienza come pratica di agentività, Soha e Badr hanno attentamente valutato il contesto presente in maniera pratica. L’orientamento dell’agentività verso il presente, che è anche quello che ha ricevuto meno considerazione da parte delle studiose e degli studiosi sociali, conferisce alle persone la capacità di rispondere “alle richieste e alle contingenze del presente” e di adattarsi “alle esigenze di situazioni mutevoli” (Emirbayer, Mische, 1998EMIRBAYER, Mustafa; MISCHE, Ann. What Is Agency? American Journal of Sociology, v. 103, n. 4, p. 962-1023, 1998., p. 994). La valutazione pratica dell’agentività è un giudizio situazionale che viene contestualizzato all’interno di circostanze concrete. Nella migrazione forzata ciò può avvenire attraverso pratiche autoriflessive di ricostruzione dello spazio sociale e delle relazioni.

Questo studio suggerisce, infine, che si presti maggiore attenzione quando si parla di cambiamenti e di trasformazioni sociali nella migrazione forzata. Come suggerito da Essed et al. (2004)LENETTE, Caroline; MAROR, Apuk; MANWARING, Serena. Mothers and daughters: Redefining cultural continuity through South Sudanese women’s artistic practices. Journal of Intercultural Studies, v. 40, n. 6, p. 751-771, 2019., è necessario non celebrare queste trasformazioni in maniera troppo acritica, in quanto le nuove identità (incluso quelle di genere) che prendono forma dopo lo sfollamento e le trasformazioni messe in pratica nella migrazione forzata nascono nel trauma, nella perdita, nell’esclusione e nel dolore di non appartenere, a causa della “alterità” attribuita alla persona rifugiata.

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  • 1
    Le capacità di coping caratterizzano l’adattamento di un individuo ad una situazione stressante, il quale non ha necessariamente un esito positivo. A volte le abilità usate dagli individui per far fronte a situazioni stressanti non sono adatte a gestire le stesse, quindi possono amplificare gli effetti stressanti. Le capacità di coping possono invece avere esiti positivi quando l’individuo raggiunge un benessere psico-fisiologico a breve, medio e lungo termine dopo l’evento stressante.

Editori del dossier

Roberto Marinucci, Barbara Marciano Marques

Publication Dates

  • Publication in this collection
    04 Sept 2023
  • Date of issue
    May-Aug 2023

History

  • Received
    01 June 2023
  • Accepted
    26 June 2023
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