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Estudos Avançados

versão impressa ISSN 0103-4014versão On-line ISSN 1806-9592

Estud. av. v.4 n.10 São Paulo set./dez. 1990

http://dx.doi.org/10.1590/S0103-40141990000300003 

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Democrazia Ottantonove*

 

 

Michelangelo Bovero

 

 

Nello straordinario Ottantanove del nostro secolo, fatidico anniversario della grande Rivoluzione, di fronte al suo corrusco tramonto, dai colori ora esaltanti ora terribili, molti commentatori politici hanno contribuito a diffondere l'idea che la nostra età potrebbe essere definita l'era della democrazia. E un'idea che studiosi come Giovanni Sartori o Norberto Bobbio – tra gli altri – avevano suggerito già da qualche tempo, prima che la rivoluzione democratica dell'Est europeo avesse propriamente inizio.

Certo, un simile giudizio va accolto con molta cautela. In primo luogo, se preso alla lettera, è un giudizio troppo generoso: i bagliori dell'Est europeo non possono farci distogliere troppo a lungo lo sguardo dalle zone del mondo - che sono anche le più estese e le più popolate - in cui la democrazia non esiste, o perché non è mai nata o perché è stata soffocata, oppure è cos gracile da essere costantemente in pericolo di scivoiare nel suo opposto, oppure è stata ridotta a vuota retorica ufficiale, oppure ancora è contraddetta e impedita da intolleranti fanatismi politico-religiosi. In secondo luogo, gli studiosi hanno più volte sottolineato gli aspetti equivoci e paradossali del processo di affermazione della democrazia, e ancor più del favore per la democrazia, che è oggi considerara universalmente, o quasi, come l'unico regime politico legittimo, in un mondo che sembra consentirne forme di realizzazione non solo diverse tra loro, ma tutte in ogni caso molto distanti dall' originario significato ideale della parola.

Tuttavia, io credo che il consenso (quasi) universale sul valore della democrazia debba essere preso sul serio, e che proprio l'Ottantanove abbia contribuito in modo decisivo a renderlo consistente e omogeneo. Anzitutto, in certe parti del mondo, come in Europa occidentale, questo consenso si è manifestato (e non solamente dall'anno scorso) in modi e forme che non si prestano a facili sottovalutazioni, essendosi temprato e ritemprato al fuoco di esperienze come la lotta contro i fascismi e la resistenza contro i terrorismi. E soprattutto, le rivendicazioni di democrazia degli ultimi mesi dell'Ottantanove in Europa orientale, che hanno ottenuto un cos largo e meraviglioso successo, paiono proprio ispirate ai medesimi principi fondamentali e orientate verso la costruzione di istituzioni-base assai simili a quelle che caratterizzano le cosiddette democrazie occidentali: elezioni libere con alternative non fittizie, legittimità dell'opposizione politica, dibattito pubblico (anzi, parlamentare) libero e palese, gestione trasparente del potere. Si tratta proprio del principi e delle istituzioni che sino a ieri erano deprecati dall'ideologia ufficiale di quei paesi come finzioni, inganni e/o strumenti di oppressione. Non solo: queste rivendicazioni democratiche sono state avanzate contro l'ordine costituito di stati che definivano se stessi democratici - e in qualche caso hanno continuato anche dopo la svolta a denominarsi ufficialmente democrazie, come la Repubblica Democratica Tedesca - in un preteso significato differente di democrazia. Il rivolgimento politico che ne è seguito ha assunto agli occhi del mondo il valore di una denuncia, che smaschera - se ce ne fosse state ancora bisogno - la falsità di quella autodefinizione, e indirettamente consente di riaffermare che la democrazia, nei suoi principi e fondamenti, è una sola.

L'Ottantanove del XX secolo ha riaffermato che democrazia in senso proprio è soltanto quella che si regge sulle " quattro grandi libertà dei moderni", come le ha chiamate recentemente Norberto Bobbio. La prima è la libertà personate, che consiste nel diritto a non essere arrestati arbitrariamente, e di cui può essere considerata un corollario o una estensione complementare la liberta di muoversi non impediti da barriere oppressive e ingiustificabili; simbolicamente, dopo il 9 novembre 1989, potremmo dire: il diritto di abbattere muri. La seconda è la libertà di opinione e di stampa, o meglio la libertà di esprimere, manifestare e diffondere il proprio pensiero, che equivale al diritto di dissenso e di critica pubblica, e che sola permette la formazione di un'opposizione politica consistente e il contrallo del potere. La terza è la libertà di riunione, che equivale al diritto di protesta collettiva, conquistato pacificamente nelle grandi piazze di alcune capitali europee, represso ma non sconfitto in altre, schiacciato senza alcun finale riscatto nella lontana piazza Tienanmen. L'ultima è la libertà di associazione, che equivale al diritto di dar vita a veri e propri organismi collettivi, come i liberi sindacati e i liberi partiti, eche apre perciò la possibilità di una scelta elettorale efettiva - apre cioè l'orizzonte della democrazia nell'unico significato plausíbile. Quando gli studenti cinesi dichiaravano di combattere per la democrazia, la libertà e il diritto, intendevano democrazia in questo senso, nell'unico senso plausibile. É la democrazia che fa perno sull'effettivo potere elettorale dei cittadini, un potere che non può esse restituito ai cittadini senza la conquista e it consolidamento istituzionale delle quattro liberta dei moderni.

Con il sorprendente incalzare degli eventi, l'Ottantanove si è anche incaricato di dimostrare che abbiamo tutti la vista troppo corta per poter avanzare previsioni attendibili. Ma una ragionevole previsione si poteva formulare già allo scadere dell'anno, soprattutto ripensando a quanto era successo mesi addietro in Polonia: la previsione che il Novanta ci avrebbe mostrato l'eutanasia elettorale di quei partiti-stato autocratici che definivaho se stessi democratici. Dell'importanza decisiva, effettiva e simbolica, che ha repentinamente assunto in Europa orientale il principio delle libere elezioni, è rivelatore il caso di Egon Krenz, l'uomo politico salito improvvisamente al posto di Honecker al vertice del potere politico in DDR, e al quale spetta comunque il merito, se non proprio della decisione in sé di abbattere il muro di Berlino, almeno di averia adottata in tempi rapidi e in modi indolori. Ciò nonostante, Krenz fu subito contestato dai cittadini, e poi messo da parte, soprattutto per la sua mancanza di legittimazione democrática: nella folla che lo contestava, oscillava un grande cartello con la scritta "Egon, chi ti ha eletto?".

Insomma: l'Ottantanove ci consente di dire che si va affermando e diffondendo, almeno sino alle frontiere dei fondamentalismi (esterni e interni), non solo una adesione più o meno retorica e imprecisa, como già nei decenni passati, ma una visione sostanzialmente omogenea e coerente della democrazia.

Certamente, il consenso sul valore della democrazia è tanto più diffuso, quanto meno elaborate e teoricamente articolato, e in generale è poco ricco di consapevolezza critica. Ma possiamo per questo dire che esso sia equivoco, che nascónda concezioni differenti della democrazia? Esistono, oggi, concezioni differenti della democrazia radicate nella coscienza collettiva, hei comuni modi di pensare? E se passiamo direttamente al piano della ricerca e della riflessione teórica: esistono oggi teorie rivali della democrazia? interpretazioni divergenti e incompatibili della sua natura? significati contrapposti attribuiti al termine? Personalmente, sono convinto che là dove si discute ancora su due (o più) tipi differenti di democrazia - come si fa qualche volta in Italia - il dibattito è culturalmente arretrato.

Vero è che interpretazioni divergenti e contrapposte hanno accompagnato tutta la storia della riflessione sulla democrazia, dal passato remoto a quello più prossimo. Ció in quanto la nozione in se stessa è originariamente equivoca: che cosa vuol dire governo del popólo? chi è il popolo? e como può governare, anzi governar si? Ma non è necessario (e non sarebbe neanche possibile, qui) ripercorrere le tappe di quella storia, a partire dal contrasto tra la versione di Pericle e quella dello pseudo-Senofonte. Basta fare un piccolo sforzo di memoria recente: non sono passati molti anni da quando la contrapposizione tra democrazia formale e democrazia sostanziale era una formula del linguaggio corrente e un luogo comune del discorso politico, e ricorreva abbastanza spesso nel dibattito politico-culturale a tutti i livelli. I marxisti (specie ora estinta o in via di estinzione, ciò che ha provocato una catástrofe ecológica, come la sparizione dei lupi) criticavano la democrazia formale - chiamandola anche liberale o borghese - come democrazia apparente, e lo facevano in nome di una più vera democrazia. Ancor più: nel loro linguaggio critico l'aggettivo "formale", applicato alla democrazia, non aveva altro significato se non quello di apparente e ingannevole; e il contrapposte aggettivo "sostanziale" aveva l'unico significato di autentico e veritiero. In realtà, i due concetti non erano facilmente confrontabili (e anche per questo le discussioni erano per lo più inconcludenti), perché stavano su piani differenti, o meglio uno dei due era per cos dire " fuori piano", cioè fuori tema: mentre il concetto di democrazia formale veniva riferito, dai suoi (non molti) difensori, ai modi e alle forme di distribuzione e di esercizio del potere politico, quello di democrazia sostanziale faceva riferimento soprattutto al contenuto e all'esito sociale complessivo dell'esercizio del potere. Insomma, per semplificare, la prima continuava ad essere, com'era sempre stata, la nozione di una forma política, di una forma di governo, la seconda veniva ad essere la nozione di un contenuto sociale.

Comunque sia, questa contrapposizione sembra ormai tramontata: esiste oggi una plausibile e articelata teoria delia democrazia sostanziale contraposta alla democrazia formale? Io non la conosco. Vero è che almeno un aspetto del confronto tra le due concezioni era, e in parte continua ad essere, pertinente e appropriato: intendo Paspetto che contrappone la democrazia formale come democrazia representativa alla democrazia diretta (o assembleare, o delegata). In un certo senso, la recente rinascita e le ambigue alterne fortune del dibattito sulla rappresentanza, sulle diverse forme alternative di rappresentanza, suggeriscono di riconsiderare criticamente il rapporto stesso tra democrazia e rappresentanza e di riflettere sulla compatibilità tra democrazia e certe forme o riforme delle istituzioni rappresentative. Ma, al di là della discussione sul valore di certi istituti di democrazia diretta, come il referendum, esiste oggi una teoria che riproponga in modo articolato e aggiornato una forma di democrazia diretta (o delegara, o consiliare, leggi soviettista) come alternativa globale alla democrazia rappresentativa? Ricordo che, in una delle prime prove elettorali democratiche nell'est europeo, il voto del popolo ungherese ha decretato il passaggio dal sistema soviettista al regime parlamentare. Sembra acquisito, dunque, che per i moderni la democrazia, l'unica che meriti veramente questo nome, è democrazia formale e rappresentativa.

Si può quindi affermare che nel dibattito attuale non campeggino più concezioni contrapposte e reciprocamente esclusive della democrazia. Per altro verso, tuttavia, la ricerca e la riflessione teorica sulla democrazia si presentano oggi frantumate in una notevole varietà di indirizzi, che mettono capo a interpretazioni, versioni o immagini della democrazia differenziate e a volte sensibilmente distanti tra loro. Non è facile trovare un criterio appropriato per distinguere chiaramente e per classificare le interpretazioni, o se vogliamo chiamarle cos, le teorie della democrazia oggi prevalenti. Io sono propenso a credere che la differenza tra esse abbia un'origine soprattutto metodologica, che abbia radice in una diversità di tradizioni e di approcci disciplinan, ciascuno dei quali conduce ad enfatizzare un aspetto o una dimensione specifica di quel complicate problema che chiamiamo democrazia. Se ciò è plausibile, si potrebbero allora distinguere, molto schematicamente, a titolo puramente orientativo e senza alcuna pretesa di completezza, tre prospettive principali, cui corrispondono tre tipi di teoria della democrazia (ailInterno dei quali sono poi riconoscibili molte varietà): una prospettiva giuridica, una politoiogica (o socio-politologica) e una económica. Si potrebbe dunque parlare di teoria giuridica, teoria politologica, teoría economica della democrazia.

A) Com'è ovvio, la prospettiva giuridica focalizza l'attenzione sulle regole - le "regole del gioco" -; e identifica la democrazia anzitutto con un insieme di procedure che consentono o che favoriscono la partecipazione diretta o indiretta dei cittadini ai vari gradi del processo decisionale politico, cioé al processo che conduce alla presa di decisioni vincolanti erga omnes. Basta ricordare Hans Kelsen, o la famosa definizione minima o procedurale della democrazia proposta da Norberto Bobbio.

B) La prospettiva politoiogica focalizza l'attenzione sulle effettive strutture di potere presenti e operanti nelle varie collettività; identifica come soggetti politicamente rilevanti dei regimi reali che chiamiamo democrazie una pluralità di gruppi, associazioni, organizzazioni relativamente autonome, e tende perciò a ridefinire la democrazia come poliarchia. Basta pensare a Giovanni Sartori, in particolare ai suoi studi sui sistemi di partito; e soprattutto a Robert Dahl, che diede proprio il titolo Poliarchia a un suo famoso studio sulle democrazie reali.

C) La prospettiva economica focalizza l'attenzione sul comportamento degli attori del processo politico democratico (elettori, gruppi, partiti, governi, burocrazie, ecc.: tutti i soggetti che influiscono sulla formazione delle decisioni politiche), invitando a interpretarlo realisticamente in analogia con il comportamento degli attori economici, cioè invitando a vedere negli attori politici dei massimizzatori (più o meno) razionali delia propria utilità; e suggerisce una ridefinizione della democrazia come un tipo particolare e compiesso di mercato - nel quale, al livello di base, gli elettori " comprano" provvedimenti loro favorevoli pagando in voti, e reciprocamente i politici "vendono" provvedimenti in cambio di voti. Il pionieristico lavoro di Antony Downs, An Economic Theory of Democracy) del 1957, ha avuto sviluppi originali e interessanti nella scuola di Public Choice, i cui capofila sono James Buchanan e Gordon Tullock (anche se la teoria delia public choice è una teoria normativa, essa si basa su una teoria descrittiva e interpretativa simile a quella di Downs).

Come ognuno può vedere, si tratta di interpretazioni differenziate; non mi pare però che siano da considerarsi anche incompatibili le une con le altre. Non mi pare cioè che si possano individuare vere e proprie linee di frattura tra esse, anche se la polemica spinge spesso i rappresentanti di un certo indirizzo a sostenere che gli aderenti ad altre prospettive teoriche non colgono gli aspetti essenziali del problema - che sarebbero naturalmente quelli che si colgono nella prospettiva del loro próprio indirizzo. Per ridimensionare la portata di simili discussioni, è sufficiente osservare che le famose pagine di Joseph Schumpeter, in cui la democrazia è definita come concorrenza tra gruppi politici avente per oggetto il voto popolare, possono essere considerate la prima fonte di ispirazione sia della prospettiva politologica, sia di quella economica, e che la stessa teoria schumpeteriana della democrazia presuppone un certo compiesso di regole del gioco. A ben vedere, sono proprio le regole del gioco - un certo compiesso di regole - a rivelarsi come l'elemento minimo indispensabile per ogni plausibile teoria della democrazia: e infatti questo elemento è presente nella definizione più o meno esplicita del concetto di democrazia che sta alla base delle analisi di tutti gli indirizzi teorici considerati. Reciprocamente, si può osservare che nei lavori di Bobbio dell'ultimo decennio i risultati della teoria poliarchica dei politologi e quelli delia teoria economica della democrazia sono ricompresi nella prospettiva fondamentalmente giuridica della sua teoria procedurale delia democrazia. Dunque, nonstante la diversità di approcci, di tradizioni influenti e di linguaggi, suggerisco che nessuna delle prospettive teoriche qui delineate restituisce un'immagine o una interpretazione o una ridefinizione della realtà dei regimi democratici incompatibile con quella offerta dalle prospettive, per cos dire, concorrenti. Piuttosto, è opportuno sottolineare che tutte e tre le prospettive conducono a ridefinizioni realistiche rispetto ai canoni classici della definizione ideale, periclea o roussoviana, della democrazia come autogoverno del popolo. Ma si tratta appunto di ridefinizioni che possono utilmente integrarsi l'una con l'altra e di fatto non è infrequente incontrarle integrate e quasi ricomposte a mosaico, per esempio in alcuni dei saggi di Bobbio compresi ne Il faturo della democrazia. Questa compatibilità, o integrabilità potenziale (quando non già attuale) si traduce in una sorta di accordo di fondo sulla natura della democrazia.

Ora, la natura della democrazia formale, in quanto tale, sembra essere puramente tecnica. Ripetiamo meglio: poiché non esiste altra democrazia se non la democrazia formale, la democrazia è semplicemente una tecnica (anche se non è una tecnica semplice, bens complessa, anzi piuttosto difficile). Secondo la celebre "definizione minima" (ma non povera, como è stato opportunamente osservato) proposta da Bobbio, essa consiste in un insieme di regole che stabiliscono: 1) quali soggetti abbiano il diritto-potere di partecipare al processo decisionale politico, e 2) mediante quali procedure il processo debba svolgersi. Una versione, per cos dire, ultraminima di tale definizione potrebbe essere racchiusa nella seguente formula: la democrazia risulta dalla somma di un principio e di una regola, il principio "ad ogni testa un voto" più la regola di maggioranza (con i suoi limiti e aporie). É cos possibile, o sembra possibile, identificare il genus "democrazia" - cioè la democrazia nel suo concetto elementare, o il minimo comun denominatore dei regimi che denominiamo democratici, se la nostra denominazione è corretta e plausibile - in base al doppio criterio del chi e del come, per usare il linguaggio semplificante di Bobbio: chi decide e come si decide. Ciò significa che la natura della democrazia non ha a che vedere di per sé con il che cosa viene deciso. In altre parole, la democrazia non è definita come tale da alcuna costellazione di valori finali che orientino sul contenuto delle decisioni politiche. Che è quanto dire: la democrazia pour le peuple non è come tale democrazia, lo è soltanto la democrazia par le peuple. Ossia: democratiche non sono certe determinate decisioni collettive, democrático può essere soltanto un certo método, appunto te técnica per giungere a decisioni collettive.

Mas se è soltanto una tecnica, in che senso possiamo dire che la democrazia ha un valore, o addirittura che è un valore, ossia che è degna di essere scelta tra tutte le forme polinche? Di una tecnica, in generale, si giudica il valore strumentale: giudichiamo buona o cattiva una tecnica in base alla maggiore o minore adeguatezza a produrre o far conseguire fini dati. Ma è questo che intendiamo quando giudichiamo del valore della democrazia, quando la consideriamo degna di scelta (ammesso che la scegliamo) nel confronto con l'autocrazia? L'autocrazia è in genere considerata tecnicamente più efficiente della democrazia. E poi, ciò non porterebbe l'attenzione di nuovo sui valori finali, sul che cosa si deve scegliere, come criterio ultimo o punto di riferimento ineludibile per giudicare del valore della democrazia?

A me pare próprio che non se ne esca, che non si riesca e giustificare la preferenza, oggi quasi universale, per la democrazia, se non riusciamo a riconoscere un valore non tecnico, non strumentale, insito in quelle stesse tecniche della democrazia che riguardano il chi e il come del processo decisionale politico. Nulla di originale: è quel che fa Bobbio (anche se non in modo cos netto e dichiarato) nella famosa conclusione del saggio su Il futuro della democrazia. Rileggiamone attentamente qualche riga: "... occorre dar una risposta alla domanda fondamentale, quella che ho sentito ripetere spesso, soprattutto dai giovani... Se la democrazia è prevalentemente un insieme di regole di procedura, come può pretendere di contare su " cittadini attivi" ? Per avere dei cittadini attivi non occorrono forse degli ideali? Certo occorrono degli ideali. Ma come non rendersi conto quali grandi lotte ideali abbiano prodotto quelle rególe?". E a questo punto Bobbio indica quattro ideali, che corrispondono appunto a quattro valori non-strumentali insiti nelle regole tecniche della democrazia.

Vorrei far osservare, anzitutto, che tra i valori-ideali enumerati da Bobbio compare la fratellanza, ma sorprendemente non l'eguaglianza né la liberta come autonomia (o l'egual libertà); e vorrei sottolineare, soprattutto, che tutti questi valori - tolleranza, non-violenza, rinnovamento attraverso il libero dibattito e, appunto, fratellanza -attengono piuttosto al criterio del come, sono cioè considerati come impliciti, o come precondizioni o come esiti, nel modo democratico in cui si formano le decisioni. Ebbene, semplicemente sostengo che il valore elementare in virtù del quale un regime democratico è ritenuto degno di essere scelto nel confronto con un regime autocratico (da parte di chi lo ritiene degno) ha a che fare anche, e forse soprattutto, con il criterio del chi. Tutte le ridefinizioni più o meno realistiche delia democrazia che sono state proposte nelle diverse tradizioni teoriche, nella misura in cui si riferiscono in qualche modo al principio "una testa un voto" e ritengono di non poteme fare a meno, mantengono una qualche relazione, anche se attenuata rispetto all'ideale democratico classico, con la presupposizione puramente etica delia pari dignità di ogni parere politico. É l'eguaglianza politica -Pegual dignità di ogni cittadino come soggetto di un'opinione politica che deve poter contare (essere contata) quanto ogni altra - il valore etico fondamentale insito nella risposta democratica alla domanda: "chi decide?". Del resto Peguaglianza politica, l'eguaglianza in "libertà positiva" - ossia nel potere di contribuire a formare la "volontà generale", cioè il contenuto della decisione pubblica, dell'autodeterminazione collettiva - sin dalle origini greche del nostro lessico politico è la categoria che definisce la natura della democrazia.

Naturalmente, si tratta di confrontare le categorie con la realtà: si tratta di vedere se il processo politico del quale è atto iniziale il voto di ogni testa, e/o le condizioni storiche, sociali, economiche ecc. in cui il processo si svolge, non giungano a svuotare di signifícate quel principio, "una testa un voto", e quindi a privarlo del suo valore (per quanto realisticamente ridimensionato). Ma in questo caso non si vedrebbe perché rivendicarlo ancora, perché non rinunciarvi, se quel principio fosse nella realtà dei regimi che chiamiamo democratici mutiiato del suo significato etico, e si fosse trasformato in un mero principio di legittimazione esteriore, in una semplice " formula politica "come avrebbe detto Gaetano Mosca, ossia in un inganno ideologico. E se le cose stessero dawero cos, come potremmo giustificare ancora la nostra preferenza per i regimi che chiamiamo democratici nei confronti delle autocrazie? Ci resterebbe ancora qualche principio di valore su cui fondare la nostra scelta? Probabilmente s, ci resterebbero i principi (o una qualche eco più o meno chiara di essi) richiamati da Bobbio, quelli connessi al criterio del come: una certa dose di tolleranza, di non-violenza... Ma non sarebbe (anzi, diciamolo pure: non è) troppo poco? E in ogni caso, anche se non è troppo poco: come accontentarsi?

Nelle varie correnti teoriche di interpretazione della democrazia oggi prevalenti - ciascuna delle quali, al di là della compatibilità reciproca e della sostanziale consonanza, diverge in qualche misura dalle altre dal punto di vista descrittivo, ossia per quanto riguarda i fenomeni considerad rilevanti nella realtà delle democrazie - sembra sussistere un accordo di fondo ancora più forte dal punto di vista valutativo. Si tratta di un accordo su un duplice (o triplice) ordine di valutazioni: per un verso, i maggiori esponenti dei vari indirizzi concordano nel giudizio che la democrazia ideale è Pottima forma di governo, e che le democrazie reali sono le forme politiche meno peggiori che il panorama contemporaneo offra; per altro verso, concordano nel giudizio (facile) che le democrazie oggi soffrano di gravi problemi, tanto gravi da rendere problematica la loro stessa, pretesa, natura democratica. Bobbio parla di promesse non mantenute; Dahl parla di dilemmi della democrazia pluralista; Buchanan parla di fallimento dello stato e del mercate, o di democrazia in deficit. Rovesciando quest'ultima espressione - che ha un significato specifico e tecnico - si potrebbe parlare in generale di un deficit di democrazia nella realtà dei regimi che chiamiamo democratici: sembra proprio che questi regimi, non solo non riescano ad approssimarsi alla democrazia ideale, il cui concetto ruota comunque interno all'idea di autogoverno, ma incontrino crescenti ostacoli a mantenere i connotati essenziali che consentono ancora di chiamarli con qualche plausibilità democrazie.

E dunque? Dovremo cambiar nome (anche) alla democrazia? In effetti, è quel che Dahl, ed altri prima e dopo di lui, hanno già fatto. Ma, lasciando da parte che questo è un modo puramente lingüístico di risolvere il problema, occorre sottolineare che lo stesso Dahl ricorre sistematicamente al confronto tra la democrazia reale, ribattezzata poliarchia, e la democrazia ideale, centrata sull'idea-limite di autogoverno dei cittadini. Tale confronto sta alla base del libro di Dahl su I dilemmi della democrazia pluralista. Vero è che molti realisti, nel loro eccesso di realismo, pensano che dovremmo smetterla di arrovellarci con questi dilemmi astratti e con le varie promesse non mantenute, per occuparci invece seriamente ed empiricamente dei nostri regimi reali, identificare i loro problemi e proporre rimedi per migliorarli. Ma che cosa vuol dire migliorarli? In che senso, in quale direzione, rispetto a quali valori? E poi, le democrazie non sono, o non sono soltanto, prodotti di una storia naturale, di una evoluzione oggettiva delle cose politiche: al contrario sono, in buona misura, esiti di tentativi di realizzare progetti. Certo, esiti attesi ed anche inattesi, tentativi più o meno riusciti: ma proprio per questo il confronto con la democrazia ideale, e con le varie interpretazioni di essa che volta a volta sono confluite in progetti di realizzare una democrazia, non può essere accantonato. E la prospettiva del confronto, da un lato, consente di rivedere e correggere continuamente le interpretazioni e i progetti di realizzazione dell'ideale democratico (o di avvicinamento ad esso), dall'altro continua riproporre la domanda: verso quale direzione procedono i progetti di miglioramento delle democrazie reaii? verso una maggiore o una minore democraticità? Insisto nel ritenere che il criterio ultimo in base al quale giudicare il valore relativo delle democrazie reali e dei progetti di miglioramento continua ad essere, nonostante tutto, quello del presupposto etico della egual dignità di ogni cittadino: il valore etico fondamentale implicito nella democrazia formale come tecnica.

Il confronto analitico tra democrazia ideale e democrazia reale è a mio parere uno dei compiti principali che ia teoria politica dovrà sviluppare. Se questo compito può essere assolto sulla base del criterio fondamentale che ho proposto, si possono indicare tre obiettivi principali di ricerca e di riflessione teorica: 1) le precondizioni della democrazia, per identificare quali sono o quali dovrebbero essere le garanzie di libertà sul cui fondamento soltanto la democrazia può sussistere; 2) i meccanismi intemidel processo democratico, per verificare quali deformazioni i diversi metodi e strutture delia rappresentanza politica inducano sul principio ideale della egual dignità di ogni cittadino, e per identificare i possibili rimedi; 3) le possibili estensioni del metodo democratico - delle tecniche della democrazia formale - al di là della sfera propriamente politica verso le varie articolazioni della società civile, dalla scuola alla fabbrica, in direzione di una possibile democrazia sociale. In termini schematici: ciò che sta al di qua, ciò che sta dentro, e ciò che sta al di là della democrazia politica formale come tecnica e come valore etico. Credo che molti contributi recenti alla teoria della democrazia possano utilmente essere ricompresi nell'uno o nell'altro punto di questo schema ordinatore. Ma la ricerca teorica, in questa nostra età della democrazia, si puó dire che sia soltanto agli inizi - Salvatore Veca ha recentemente suggerito che la democrazia sia da considerare tutt'oggi uno strano oggetto in cerca di teoria. É necessario svilupparla.

 

 

Ma è opportuno anche, e forse anzitutto, riflettere sulla portata e sui limiti dell'idea normativa di democrazia che può ispirare la ricerca teorica. Le direttrici di indagine che ho indicato convergono tutte verso un allargamento e un approfondimento della democrazia. Ma sino a che punto si può immaginare di procedere nell'allargamento della democrazia? Certo, non pare desiderabile che un simile processo giunga sino alla istituzione di una democrazia totale, in cui tutti gli aspetti della vita degli individui sarebbero vincolati alle decisioni collettive di organismi democratici: occorrerà pur sempre delimitare uno spazio protetto di indipendenza dell'individuo dalle decisioni collettive, se non si vuol rischiare di soffocare la radice della stessa democrazia dei moderni, che affonda nel terreno della libertà individuale. Ma come e dove tracciare il confine tra la sfera della decisione collettiva e la sfera della libera iniziativa dei singoli, se da quest'ultima sfera germinano continuamente poteri di fatto che minacciano, quando non aboliscono, quella stessa libertà, e quindi tutta la costruzione democratica? L'esigenza di un allargamento -anche se non totale - della democrazia nasce proprio dalla considerazione che un sistema politico democratico difficilmente mantiene integra la sua qualità democratica se nel sistema sociale complessivo permangono - o addirittura si accrescono - forti centri di potere economico e di potere ideologico (intendo con potere ideologico il potere di controllare e condizionare le conoscenze e le opinioni della gente), la cui struttura è fondamentalmente autocratica (poichè il flusso del potere è discendente, dalPalto verso il basso) e la cui azione si svolge in gran parte al di fuori di un efficace contrallo democrático - anzi, molto spesso sono essi ad esercitare un contrallo non-democrático sui processi democratici. Nell'epoca presente, che non è soltanto l'età della democrazia, ma anche l'età delle grandi concentrazioni economiche e delle comunicazioni di massa, non occorrono molti esempi per capire come questi centri di potere producano decisioni che influiscono diffusamente sulla vita, anzi sulla stessa identità degli individui. Come affrontare il problema del contrallo democratico, o meglio della democratizzazione di tali decisioni? É in questo punto che l'esigenza dell'allargamento si incrocia con quella dell'approfondimento della democrazia: la quale richiede il riconoscimento della dignità di ogni individuo come decisore del próprio destino (oggi si preferisce dire: del proprio piano di vita). Una democrazia (più) estesa richiede una democrazia (più) radicale, fondata sul diritto di ciascuno a intervenire, e a contare, nella posizione e nella soluzione delle questioni che riguardano le condizioni base della sua propria esistenza, le chances di vita che gli si possono aprire nel tessuto complesso delle relazioni sociali.

Una democrazia estesa e radicale, con i suoi limiti, difficoltà e aporie (quanto estesa? quanto radicale?), è pur sempre una democrazia imperfetta, non è la democrazia ideale. Ma sono convinto che sia l'unica democrazia possibile - voglio dire, l'unica possibilità di democrazia non semplicemente apparente. E come la democrazia ideale, anche la democrazia possibile, estesa e radicale, è pur sempre democrazia formale, non sostanziale (poichè la cosiddetta democrazia sostanziale, pour le peuple, non è democrazia), ma è una democrazia non mutilara del suo valore etico - stavo per dire, della sua sostanza etica: se non ci fosse il pencolo di ingenerare nuove confusioni, suggerirei di chiamarla democrazia formale sostanziale, o democrazia sostanzialmente formale, per distinguerla dalla democrazia soltanto formale che caratterizza i regimi reali oggi chiamati democrazie, i quali esibiscono le apparenze esteriori della democrazia, le sole tecniche private di gran parte del loro significato assiologico. Insomma, soltanto una democrazia estesa e radicale, ossia una possibile democrazia formale non apparente, anche se imperfetta, potrebbe consentire una certa realizzazione del valore primo é irrinunciabile che emerge dalla tormentata storia della modernità e si ripropone oggi più che mai al riconoscimento universale: la democraticità delle decisioni rilevanti che riguardano la vita degli individui associati.

Incontriamo però qui un altro limite: la democraticità è (forse) il valore primo e irrinunciabile, ma non è l'unico. Ogni decisore democratico - ciascuno di noi in quanto cittadino di una società democratica - dovrà pur avere altre idee di valore, oltre a quella del rispetto per la egual dignità di ogni decisore, che lo possano orientare sul contenuto delle decisioni da prendere. Ogni decisione democratica, oltre che democratica, ossia rispettosa dei valori impliciti nelle regole tecniche della democrazia, sarà anche una certa determinata decisione, ispirata o riconducibile a un certo complesso di valori ulteriori (o, più realisticamente, a una certa costellazione di interessi): ad esempio sarà - per riferici all'opposizione che nonostante tutto non riusciamo ancora a superare - una decisione di orientamento liberale o di orientamento socialista. E la decisione migliore dal punto di vista della democraticità, ossia del rispetto delle regole, potra non essere giudicata la migliore, o anche non essere giudicata affatto buona (approvabile) se considerata dal punto di vista di altri valori, per esempio dal punto di vista della giustizia sociale. Naturalmente quella decisione dovrà essere non solo accettata, ma riconosciuta nel suo proprio valore, se è vero che la democrazia è (o contiene) il valore primo e irrinunciabile per i moderni: e dunque dovrà essere rispettata; ma non per questo diventerà anche condivisibile da tutti e da ogni punto di vista. Tutto ciò significa semplicemente - ma è bene ricordarlo, perché tendiamo a dimenticarcene - che quanti lottano per una società democrática, e/o per una democrazia migliore, dall'eventuale successo dei propri sforzi non devono anche attendersi l'avvento di una società migliore (di istituzioni sociali migliori) in assoluto o da tutti i punti di vista: la società sarà quella che il processo decisionale democratico avrà consentito che sia (nei limiti della realizzabilità delle intenzioni umane, e scontando gli effetti perversi).

Tuttavia, se un insegnamento si può trarre dalla storia più recente, esso ci dice che quanti lottano per una società migliore senza passare per la democrazia ottengono come risultato una società peggiore in assoluto, appunto perché mutilata di quello che oggi viene umversalmente riconosciuto come il valore primo e irrinunciabile.

Ma il problema si complica, e raggiunge il suo punto critico (il punto in cui, forse, un limite dell'idea di democrazia che cerco di articolare si trasforma in una nuova aporia), se alimentiamo il dubbio che non ogni decisione democratica - non ogni indirizzo e programma politico fornito del consenso democratico - contribuisce a migliorare la qualità della stessa democrazia, cioè a rafforzare il carattere democratico del processo di decisione collettiva: ma al contrario certe decisioni, certi indirizzi politici possono allontanare la democrazia dalle sue radici e fondamenti e ridurla a semplice apparenza. Mi limito a qualche ipotesi intuitiva e a qualche domanda retorica. Se un orientamento politico vittorioso, legittimato dal più ampio rispetto di corrette procedure democratiche, essendo per esempio contrario a politiche di giustizia distributiva lascia sussistere o addirittura fa crescere condizioni di povertà e marginalità sociale, nelle quali non solo è impensabile che un individuo maturi un'opinione politica autonoma e critica, sfuggendo alla manipolazione del consenso e al mercato dei voti (questo, oggi, è difficile per chiunque), ma non è possibile neppure che provi il minimo interesse per partecipare al processo democratico se non appunto nei termini delia svendita immediata del proprio voto - in un caso come questo, che senso ha appellarsi al rispetto delle opinioni e delia volontà dei cittadini, rivendicare la egual dignità di ogni individuo come decisore del proprio destino? E se condizioni come queste, sia pure trascurate e accantonate, sussistono nelle stesse metropoli occidentali della democrazia reale - a volte cos lontane dall'ideale e cos vicine alla semplice apparenza -, che dire delle immense periferie del terzo mondo, dove grácil! democrazie politiche tentano di nascere o di sopravvivere in un oceano di povertà? Quanta povertà può supportare la democrazia?

La medesima questione presenta un volto, per cos dire, opulento. Oggi è diventato impossibile immaginare una democrazia politica non coniugata a una economia di mercato. Ma la preferenza per la democrazia non va comunque confusa con la preferenza per il mercato, anche se la seconda preferenza è ormai quasi universale come la prima (o lo è... di più?): perché rimane in ogni caso difficile concepire una democrazia senza limiti al mercato. Una società completamente mercantilizzata, dove si comprano e si vendono gli organi del corpo umano come i voti e le decisióni politiche, como potra conservare più che una apparenza di democrazia? Come conservare integro ciò che viene prociamato inalienabile, i diritti civili e politici, la dignità dell'individuo, se la logica del mercato diventa onnipervasiva? Kant ci ha insegnato che la dignità è la qualità di ciò che non ha prezzo, e che dunque non si può comprare né vendere. Ma come guariré democraticamente la democrazia dal mercato politico, che sembra esserne l'unica incarnazione?

Per concludere, torno agli awenimenti dell'Ottantanove. Questi straordinari awenimenti, che hanno coito di sorpresa e lasciato meravigliati tutti gli osservatori, fanno pensare che Hegel avesse ragione: la filosofía giunge a riflettere sulla scena del mondo quando i suoi destini si sono già compiuti. Di fronte alla rivoluzione democrática dell'Europa orientale tutti siamo stati come l'uccello di Minerva, la civetta che inizia il suo volo sul far della sera. Ma anche se Hegel aveva ragione dicendo che il filosofo non si intende di profezie, la tentazione di fare previsioni è troppo forte. E molto spesso le previsioni non sono che proiezioni dei nostri desideri e delle nostre speranze. Cos, fondandosi sulla considerazione che ogni nuova chance di democrazia è anche una chance di democrazia migliore, alcuni di noi hanno sperato, e osato prevedere, che l'opportunità delle elezioni democratiche nell'Est europeo potesse essere colta per far nascere nuove identità politiche, per cominciare ad elaborare idee e programmi originali, per awiare non solo la liquidazione del socialismo reale, ma anche un bilancio critico della democrazia reale: insomma, per iniziare a costruire una socictà democratica meno degenerata di quelle occidentali. O addirittura per avviare una forma di transizione sinora inédita: la transizione, entro le forme di una democrazia estesa e radicale, dal socialismo reale verso un liberal-socialismo ideale, ossia verso un superamento della contraddizione fondamentale della storia contemporanea. Il tono di trionfo che si manifestava apertamente in certe proclamazioni della morte del comunismo, da parte di esponenti anche illustri della cultura politica occidentale, non poteva farci dimenticare che il sistema capitalistico non rappresenta il migliore dei mondi possibili, e che pertanto la tensione ideale verso la ricerca di alternative più giuste non doveva né avrebbe potuto esse soffocata dai fallimenti materiali che avevamo sotto gli occhi. Come è possibile -pensavamo - applaudire al tramonto di un ideale che si proponeva, anche se non vi riusc, di liberare l'umanità dagli spettri della morte per fame, dell'oppressione razziale, dello sfruttamento, della mercificazione dell'individuo? E certamente vero, e oggi è quasi universalmente riconosciuto, che la peggior democrazia è migliore della migliore delle autocrazie prodotte dal socialismo reale; ma perché non pensare, nel fervore per il rinascimento democrático, che forme nuove e diverse di interpretazione dei grandi ideali cui si è ispirata, piaccia o no, la tradizione socialista possano contribuire a migliorare la qualità della stessa democrazia reale, riscattandola dalle degenerazioni che svuotano i principi di valore impliciti nelle sue regole?

I contenuti del dibattito pubblico, e poi i risultati delle elezioni in Europa orientale ci hanno tolto (almeno per ora) tutte le illusioni. Ci siamo sbagliati ancora una volta: la caduta dei partiti comunisti era prevista, non lo era la pesante sconfitta dei partiti della sinistra democratica di ispirazione liberal-socialista. Al di là delle dichiarazioni di principio della nuova "grande coalizione" in DDR, l'orientamento elettorale non lascia dubbi: la gente vuole soprattutto il super-marco e il supermarket. Regionando col senno di poi, anche questo risultato era prevedibile: ciò che ha perduto (irrimediabilmente?) credibilità è il paradigma socialista, e forse l'idea stessa di socialismo, in qualunque modo ridefinita o ripensata. Del resto, tra comunismo e socialismo, alle origini della loro divaricazione, la differenza era soltanto di strategia - riforme o rivoluzione - non di progetto politico, non di modcllo di società cui aspirare. Nonostante tutte le trasformazioni, nonostante tutte le Bad Godesberg, nel fondo quella parentela è rimasta, e ha pesato. Se il socialismo ha ancora un futuro - del che sembrano convinti i promotori di una nuova rivista, lanciata recentemente in Spagna con grande clamore e con fior di collaboratori, e intitolata "Il socialismo del futuro" - forse dovrà cambiare talmente natura da dover cambiare nome.

Ma se si dovesse rinunciare definitivamente a un progetto politico "socialista", comunque intenso, in qualsiasi modo corretto o transformato, ciò significa forse che l'unico contenuto della democrazia formale non potra essere in futuro altro che il capitalismo che conosciamo, la società (quasi) totalmente mercantilizzata? E in questo caso la sinistra democrática, tuttora orientata problematicamente verso una sintesi liberal-socialista, è destinata a morire, o al massimo a svolgere un ruolo correttivo, sempre più marginale e in definitiva patético? Questo non lo credo. Se è andato in frantumi un modello prescrittivo di società, un certo disegno di istituzioni sociali fondamentali, non per questo sono tramontati i valori che definiscono l'identità dei movimenti democratici progressisti, l'identità della sinistra come tale: primi fra tutti i valori di eguaglianza e giustizia sociale. Il compito è, ora, quello di tornare a interrogarsi sulle possibili interpretazioni dei valori-guida della modernità, ossia dei valori di libertà ed eguaglianza, sugli equilibri in cui è possibile comporli e sui possibili modi di tradurli in un progetto completamente nuovo - un nuovo disegno delle istituzioni fondamentali della società in vista dell'emancipazione umana.

Se ci riusciremo, dopo aver imparato la lezione (talvolta amara) della democrazia aspetteremo poi serenamente nuove repliche della storia.

 

 

Michelangelo Bovero é professor da Faculdade de Ciência Política da Universidade de Turim, na Itália. Foi assistente de Norberto Bobbio, com quem escreveu Sociedade e Estado na Filosofia Política Moderna. (São Paulo, Brasiliense, 1987).
... per i modeni la democrazia, l 'unica che meriti veramente questo nome, è democrazia formale e rappresentativa.
La democrazia pour le peuple non è come tale democrazia, to è soltanto la democrazia par le peuple. (...) democratico può essere soltanto un certo metodo, appunto la tecnica per giungere a decisioni collettive.
Il confronto analitico tra democrazia ideale e democrazia reale è a mio parere uno principali che la teoria politica dovrà sviluppare.
... quanti lottano per una società migliore senza passare per la democrazia ottengono come risultato una società peggiore in assoluto, appunto perché mutilata di quello che oggi viene umversalmente riconosciuto come il valore primo e irrinunciabile.
... la peggior democrazia è migliore della migliore delle autocrazie prodotte dal socialismo reale...
* Conferência do Mês do IEA/USP feita pelo autor no dia 16 de agosto de 1990.

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